La sterilizzazione forzata delle persone transessuali: Europa, Potenza, Napoli

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Surgical Instruments Painting; Surgical Instruments Art Print for saleCon una significativa presa di posizione, il Parlamento europeo  ha chiesto espressamente la «messa al bando della sterilizzazione quale requisito per il riconoscimento giuridico del genere». Sul tema pubblichiamo inoltre due sentenze, inedite, del Tribunale di Potenza e della Corte d’Appello di Napoli.

Con Risoluzione in data 12 marzo 2015, il Parlamento europeo ha chiesto espressamente, fra molte altre affermazioni, la «messa al bando della sterilizzazione quale requisito per il riconoscimento giuridico del genere». Il Parlamento europeo rammenta altresì come tale messa al bando sia stata richiesta anche dal «relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura», affermando di condividere il punto di vista «secondo cui tali requisiti dovrebbero essere trattati e perseguiti come una violazione del diritto all’integrità fisica nonché della salute sessuale e riproduttiva e dei relativi diritti» (Parlamento Europeo, Risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2015 sulla relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2013 e sulla politica dell’Unione europea in materia).
Secondo il massimo organo rappresentativo continentale, dunque, la richiesta di sterilizzazione coatta delle persone transessuali rappresenta una palese violazione dei diritti umani, in ispecie del diritto alla salute. Ai paragrafi 163 e 164 si legge difatti che il Parlamento «invita la Commissione e l’OMS a eliminare i disturbi dell’identità di genere dall’elenco dei disturbi mentali e comportamentali; invita la Commissione a intensificare gli sforzi per porre fine alla patologizzazione delle identità transgender; incoraggia gli Stati a garantire procedure rapide, accessibili e trasparenti di riconoscimento del genere, che rispettino il diritto all’autodeterminazione» e che «accoglie con favore il crescente sostegno politico per la messa al bando della sterilizzazione quale requisito per il riconoscimento giuridico del genere, come espresso dal relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, e condivide il punto di vista secondo cui tali requisiti dovrebbero essere trattati e perseguiti come una violazione del diritto all’integrità fisica nonché della salute sessuale e riproduttiva e dei relativi diritti».
Oltre a tale recentissima presa di posizione del Parlamento europeo, pubblichiamo due sentenze di merito, entrambe inedite, che hanno assunto sulla questione posizioni divergenti.
Il Tribunale di Potenza, con recente sentenza del 20 febbraio 2015 (per la cui segnalazione ringraziamo l’avv. Ivana Enrica Pipponzi del foro di Potenza), in un caso di mutamento da maschio a femmina (MtF) ha ritenuto di non ammettere la rettificazione anagrafica in carenza di un intervento chirurgico demolitorio dei caratteri sessuali primari. Nel caso di un soggetto che si era già sottoposto ad una mastoplastica additiva e ad un trattamento medico-estetico di elettrocoagulazione per depilazione definitiva e che presentava abbigliamento e trucco femminili, il tribunale lucano, dopo avere ripercorso una dettagliata ricostruzione del dato normativo con dovizia di rimandi ai precedenti di merito, afferma in conclusione che le risultanze degli atti dello stato civile «in ragione della loro funzione pubblicitaria a garanzie dei diritti dei terzi, non possono registrare un dato soggettivo in luogo di un dato oggettivo, documentando la realtà psicologica a preferenza della realtà biologica, la psicosessualità a discapito del sesso anatomico, l’identità di genere al posto dell’identità sessuale». Secondo i giudici potentini, tale posizione negativa non si pone peraltro in contrasto con la Costituzione, essendo anzi conforme al divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso, che finirebbero per essere implicitamente consentiti in ipotesi di accoglimento dell’orientamento opposto.
La Corte d’appello di Napoli, con sentenza del 15 marzo 2013 ancora inedita (per cui ringraziamo vivamente il consigliere Geremia Casaburi), ha riformato invece la sentenza di primo grado del tribunale di Napoli, del 13 dicembre 2012, che aveva ritenuto che in una ipotesi di mutamento da femmina a maschio (FtM) la rettificazione anagrafica non potesse essere consentita senza che fosse stato eseguito un intervento di «chiusura della vagina e di creazione di un neofallo con tecniche di chirurgia plastica», mentre l’istante si era sottoposto soltanto ad un intervento di tipo demolitorio, ossia di isteroctomina addominale totale, con rimozione di tutti gli organi femminili (ovaie, tube, mammectomia bilaterale). Pur rilevata la particolarità del caso, appare interessante che la Corte d’appello partenopea rammenti, in particolare, che «il diritto all’effettiva identità sessuale costituisce chiara specificazione del più ampio diritto alla salute, di cui all’art. 32 cost.; tale diritto non è più da intendersi circoscritto alla sola integrità fisica, ma riguarda anche il benessere psichico e relazionale in genere; ne segue che l’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso è un trattamento sanitario volto al raggiungimento dell’integrità psicofisica» e «pertanto – a fronte del fondamentale diritto alla salute- assolutamente non rilevano le esigenze (giuridiche e “sociali”) dei terzi di “certezza”, invece richiamate dalla sentenza di prime cure»; pertanto, posto che nel caso di specie l’appellante presentava comunque «un profilo psichico maschile (come accertato dalla Ctu; egli riferisce anche di avere un legame affettivo con una donna), e non ha più i caratteri fisici femminili, davvero il diniego della rettifica si risolve in una grave ed ingiustificabile menomazione della sua sfera personale, con violazione dell’art. 32 Cost».
Mentre risulta ancora pendente la vicenda relativa al cd. “divorzio imposto”, essendo attesa a breve la decisione della Corte di cassazione in seguito al rinvio dalla Consulta, si impone dunque all’attenzione la questione della “sterilizzazione imposta” alle persone transessuali quale condizione per poter richiedere la rettificazione anagrafica di sesso (su cui abbiamo pubblicato ulteriori recenti decisioni di merito e della Corte di Strasburgo), in attesa anch’essa di valutazione da parte tanto della Corte di Cassazione che della Corte costituzionale.