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La strategia dell’Unione per il contrasto dell’omofobia e delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere

Eu parliament(Carmelo Danisi) Con la risoluzione del 4 febbraio 2014 il Parlamento europeo si è espresso, a grande maggioranza, a favore di una Roadmap dell’Unione europea contro l’omofobia e la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. Collocando tale misura nel quadro della più generale azione dell’Unione in materia di diritti fondamentali, i proponenti miravano a colmare un’evidente lacuna resa più evidente dall’adozione di roadmap rivolte ad altri gruppi minoritari accomunati da caratteristiche personali contemplate insieme all’orientamento sessuale nell’art. 19 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea – TFUE (origine etniche, disabilità, sesso).

La risoluzione parte da un dato oggettivo: in Europa, secondo la più ampia indagine mai realizzata in materia ad opera dell’Agenzia per i diritti fondamentali (FRA), una persona LGBT su tre è stata discriminata nell’accesso a beni e servizi; una su quattro è stata oggetto di violenze fisiche; una su cinque è stata discriminata nell’accesso al, o nel, luogo di lavoro. Per contrastare questa realtà, singole misure non appaiono più sufficienti rendendosi necessaria un’azione di sistema che coinvolga tutti i settori di competenza dell’Unione europea in un’ottica mainstreaming. Se la sua adozione è compito della Commissione, in cooperazione con gli Stati membri e le Agenzie dell’UE rilevanti, il Parlamento ne detta il contenuto innovando sin dal principio. Come non notare, infatti, il riferimento agli intersex, come gruppo autonomo bisognoso di tutela al pari delle persone LGBT ma tuttora invisibile alle politiche anti-discriminatorie adottate dall’Unione e dagli Stati dell’Unione. A tal proposito, ad esempio, la risoluzione chiede alla Commissione europea di redigere specifiche linee guida con le quali indicare chiaramente che gli atti fondati sull’intersessualità delle persone interessate sono già coperti dalla tutela offerta dalla direttiva 2006/54 in materia di parità di genere nel settore del lavoro e relative condizioni di occupazione. Altro spunto di interesse riguarda la necessità di considerare la discriminazione sofferta da chi, come le persone lesbiche, si caratterizza oltre che per un orientamento sessuale minoritario anche da altri motivi protetti, in primis il sesso. L’effetto cumulativo produce pertanto situazioni che non trovano oggi adeguati strumenti di tutela. Per questa ragione, appare sempre più indispensabile l’adozione della nuova direttiva anti-discriminazione il cui iter, dopo la proposta iniziale avanzata dalla Commissione europea, è sostanzialmente fermo da anni.

I settori a cui tale strategia si rivolge in modo specifico, per via delle competenze attribuite all’Unione dai Trattati, sono i seguenti: lavoro e condizioni di occupazione; istruzione; salute; beni e servizi; libertà di movimento; libertà di espressione; hate crime; asilo; relazioni esterne. Se in generale si chiede l’adozione di politiche antidiscriminatorie rispetto a ognuno di essi, va sottolineato che in materia di salute il Parlamento chiede alla Commissione europea di continuare a lavorare con l’Organizzazione mondiale per la sanità (OMS) al fine di “withdraw gender identity disorders from the list of mental and behavioural disorders”.

Tenuto conto che la risoluzione giunge in un momento che ha visto importanti sviluppi per le coppie dello stesso sesso in Scozia e un’imponente mobilitazione contro le violazioni dei diritti delle persone LGBT in Russia, è oramai inconfutabile il ruolo propulsore del Parlamento europeo per lo sviluppo di un’Europa che sia effettivamente fondata “sui principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali [...] quali sono garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali [...] e quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri” (art. 6 del Trattato sull’Unione europea). Tuttavia, anche questa strategia e i risultati attesi saranno certamente condizionati dalla divisione di competenze tra l’Unione europea e gli Stati membri. Se essa potrà rafforzare la lotta alla discriminazione fondata su orientamento sessuale, identità di genere e intersessualità, la piena eguaglianza passa dalle riforme che gli Stati membri adotteranno, soprattutto in settori in cui è in gioco il riconoscimento di status e diritti alla coppia della stesso sesso, rendendo questa Europa “ideale” una realtà.